Risposte alla lettera aperta di Marzia Bauco

Abbiamo ricevuto una lettera da un'attivista, Marzia Bauco.

Pubblichiamo le sue osservazioni e, di seguito, la nostra risposta e un commento di Agnese Pignataro.

Lettera aperta ad organizzatori e partecipanti al Veggie Pride e altre

(evidenziature dell'autrice)

Ciao a tutti, sono una animalista da lunghi anni, anni di molte frustrazioni e pochi risultati, troppo pochi per essere la risultante della forza degli ideali di migliaia di persone.

Insieme ai molti che provano le medesime sensazioni, da tempo ci si chiede se si sia sbagliato e si sbagli qualcosa o quantomeno se si è meno incisivi di quanto si potrebbe essere e se, strada facendo, gli obiettivi si siano un pò annebbiati e le strategie standardizzate…

Personalmente credo che ogni manifestazione, spot, volantino, evento a fine propagandistico-informativo, debba sì rispecchiare la situazione allucinante degli animali che tentiamo di salvare, ma abbia anche il sacro compito di far aprire gli occhi a 360 gradi sull’attuale stupro che costantemente avviene ai danni degli animali, della natura e di noi stessi in quanto anelli della stessa catena, fermo restando le vitali azioni dirette diverse ed il valore dell’esempio personale.

Quindici anni fa credevo che sarebbe bastato mostrare l’orrore di un mattatoio o di un laboratorio per far aprirgli occhi a tutti e cambiare le cose… ma chi non ha appena cominciato “il percorso animalista” sa bene che non è così... tranne che in pochissimi casi di persone “predisposte” perché già empatiche e sensibili, troppo spesso non otteniamo risposta, se non addirittura l’effetto contrario... triste realtà di cui si deve prendere atto per crescere e migliorare.

Ora, leggendo che “L'idea del Veggie Pride è portare i veg*ani a fare il loro "coming out", a osar affermare le loro ragioni, le loro convinzioni sugli animali nella vita di tutti i giorni, davanti alle persone che li circondano. È quella di aumentare le loro difese di fronte ai tentativi di emarginazione di cui possono essere vittima in famiglia o al lavoro. “ può nascere la domanda riguardate,come e quando l’obiettivo sia passato dal cercare di ridurre in tutti i modi possibili il numero di cadaveri sui piatti, all’organizzare un ritrovo per un gruppo chiuso, trincerato che deve “aumentare difese” anziché ampliare il consenso e l’adesione,con l’implicita rassegnazione quindi che, non riuscendo a diventare fenomeno generalizzato, si sia diventati una minoranza da tutelare …

MA ORIGINARIAMENTE NON DOVEVAMO TUTELARE GLI ANIMALI DAL COLTELLACCIO ANZICHE' I VEGA-UMANI DA DERISIONE O SCREZI SOCIALI?

Quello che può suscitare perplessità è la frase:

Sappiamo che alcuni hanno anche altre ragioni per essere vegetariani o vegan (salute, Terzo Mondo...). Le prime vittime dell'alimentazione carnea, tuttavia, sono gli animali mangiati. Vogliamo che almeno una volta all'anno si possa parlare pubblicamente della violenza commessa nei loro confronti e del nostro rifiuto di parteciparvi: questo è il fine del Veggie Pride.Per questo, chiediamo che nel corso del corteo vengano utilizzati slogan o cartelli o bandiere che sostengono il vegetarismo o il veganismo solo per solidarietà con gli animali mangiati e per nessun'altra ragione.

Per evitare o diminuire questa continua strage occorrerebbe comunicare a tutti i “carnivori” ogni argomentazione riguardante la scelta veg, a cui loro attingeranno a seconda delle proprie predisposizioni soggettive affinché anche solo uno di loro, che ci incontra nel corteo, ci legge o ci ascolta, possa valutare e decidere di smettere di mangiare carne (=OBIETTIVO) .

Fortunatamente ci sono molte argomentazioni a favore di questa scelta quindi abbiamo molti mezzi in quanto la questione veg riguarda anche la salute, la desertificazione, la deforestazione, l'’inquinamento, la fame nel mondo, l’effetto serra, lo spreco d’acqua, ecc… quindi perché questa limitazione della potenziale incidenza propagandistica?

CREDO CHE AD UN MAIALE CHE RIESCE A NON FINIRE SULLA TAVOLA NON INTERESSI NULLA SE NON LO SI MANGIA "SOLO" PER QUESTIONI ANIMALISTE, SALUTISTE, ECOLOGISTE... L'IMPORTANTE E' CHE NON SI MANGI, GIUSTO?!

Magari con le numerose persone che credono nella raccolta differenziata, nelle domeniche ecologiche e nelle energie alternative potrebbe essere una notevole leva per il cambiamento sapere il dato ONU che l’inquinamento zootecnico è maggiore di tutto l’inquinamento veicolare mondiale.

Magari le signore che donano soldi per i bambini africani si sentirebbero in colpa riflettendo sul fatto che 40 mila persone muoiono di fame ogni giorno per consentire a lei ed agli altri carnivori di cibarsi di animali che consumano l’80 per cento dei cereali commestibili.

Magari ad un uomo che lotta perennemente contro il colesterolo, l’ipertensione e la “pancia” farebbe presa sapere che invece di diete stressanti e pillole varie gli basterebbero gustosissimi piatti vegani per risolvere il suo problema.

Un mio conoscente pubblicitario mi ha spiegato una cosa che mi ha fatto riflettere: il più elementare dogma pubblicitario (che noi possiamo sfruttare per gli animali) è questo: tutte le persone si interessano solo a ciò da cui si sentono parte in causa o che gli può tornare utile.... l’empatia è un dono di pochi quindi non può essere la nostra unica “arma”!

Ecco perché al corteo o alle altre manifestazioni o incontri a cui parteciperò porterò anche materiale inerente ogni aspetto della scelta veg.

Faccio un esempio: tempo fa, involontariamente, il signor X, ha ricevuto una mail animalista riguardante la strage pasquale degli agnelli e la sua risposta è stata:

“Ma io me li mangio molto volentieri gli agnelli, mi piace tutta la carne! Anzi faro' una pubblicita' a tutti i miei amici per mangiarne il piu' possibile!!!! Voi animalisti siete solo degli ipocriti estremisti tiranni. E poi anche i vegetali sono esseri viventi, no? Risparmiate la sua di vita piuttosto! (immagine di un feto). Non importunate persone intelligenti con le vostre idiozie!!! E' proprio vero che più la gente ha la pancia piena ed e' viziata, piu' si occupa delle scemenze!”

Un altro esempio: alla Fiera del Gusto di Torino, che ha attirato migliaia di persone, ci sono state due strategie ”animaliste”differenti: una era quella dei gruppi all’esterno del salone che davano volantini sulla sofferenza animale, la maggior parte dei quali buttati a terra spesso senza neanche venir letti, l’altra, è stata la strategia di una persona che è entrata dentro la fiera con un maialino vietnamita in braccio… ebbene solo la seconda ha fatto si che tantissimi clienti, dopo aver accarezzato il maialino, si dirottassero a comprare verdura!!!!

Probabilmente,se in quel contesto ci fossero stati banchetti con medici nutrizionisti unitamente a prelibatezze veg, la gente ne avrebbe assaggiato e comprato una quantità industriale, cominciando forse a mangiare meno carne perché il messaggio sarebbe stato completo ed accattivante: EMPATIA/EMOZIONE (maialino da accarezzare) GUSTO (prelibatezze da assaggiare) SCIENZA e NUTRIZIONE (consigli medici e dati ufficiali):  un MIX EFFICACE.

Troppo spesso purtroppo viene più facile rimanere fossilizzati sempre sulle stesse strategie non sopportando l’idea che portano a troppo poco per miliardi di animali!

Invece gli allevatori, i cacciatori, i vivisettori, i circensi, ecc., per continuare a far soldi sulla pelle degli animali, ottengono il consenso o il tacito assenso della gente tramite accattivanti menzogne diffuse utilizzando efficaci tecniche pubblicitarie e psicologiche, e addirittura si coalizzano e si ingegnano per farci sembrare pericolosi pazzi esaltati da cui tutti devono prendere le distanze.

Per esempio, nel caso del “business” vivisezione, da 1989 l’American Medical Association si è organizzata con direttive strategiche su come neutralizzare gli animalisti screditandoli e squalificando le loro tesi giuste. Negli articoli di queste direttive ci sono metodi per: ISOLARE gli antivivisezionisti DAL GRANDE PUBBLICO per ridurre al minimo il numero di simpatizzanti e curiosi; far sembrare alla gente che gli animalisti sono un gruppo asociale, contro il progresso,la scienza ecc… poi continuano organizzando messaggi pubblicitari ad hoc,addirittura fino a infiltrarsi tra gli animalisti per spiarli, per aizzarli, per indebolirli dall’interno, ecc..

E noi che cosa facciamo per non far annebbiare la mente della gente comune dal ricercatore che dice la solita frase idiota su ”preferisce un animale o la vita di suo figlio”?

Ancora troppo poco e con una tipologia di comunicazione a volte non adeguata perché troppo settoriale .

Perché sono ancora cosi pochi i volantini che veramente possono far ragionare tutti grazie a dati oggettivi ?

Perché molti animalisti, al di la delle ragioni empatiche, non sanno ben argomentare con i numerosi dati incontrovertibili?

E’ come tentare di convincere il prossimo che l’effetto serra è un disastro dicendo solo ”perché sì” senza spiegare cos’è, che danni fa, ecc..

Purtroppo ci sono troppi volantini fatti da animalisti per animalisti o amanti di animali ma ancora troppo pochi volantini per aprire mente e coscienza dei non animalisti, maggioranza su cui ricade, di fatto, la condizione degli animali, oggi.

Un altro piccolo esempio: ricordo quando, davanti ad un documentario sui laboratori, un gruppo di ragazzini ha avuto l’ardire di ridere delle torture inflitte alle scimmie, all’epoca li presi quasi a botte ma oggi ci ripenso e credo che probabilmente non avrebbero riso se ci fossero state le foto delle persone mutilate, morte o danneggiate dai farmaci.

Forse, la gente “comune” ci ascolterebbe maggiormente se spiegassimo anche che con la vivisezione la vera cavia è l’uomo, argomentando con gli esempi giusti come la penicillina ,che è più predittivo il lancio dei dadi dei test su animali, che i tests scientifici ci sono ma non vengono usati cosi si può vendere tutto e i malati non devono essere risarciti, che per capire che le cavie della vivisezione sono anche le persone basta leggere i bugiardini dei medicinali

In modo da far capire che le questioni (veg/vivisezione/caccia,ecc) non toccano solo quelle strane persone che si chiamano animalisti ma anche e soprattutto loro.

Vorrei che venissero percorse tutte le strade perché ritengo limitante,quando si tratta di vite animali,che una strategia o argomentazione escluda l’altra, precludendosi quindi potenziali risultati… cioè un animale in più o in meno sulla nostra coscienza!

Quindi ci sarò ma con materiale diverso come per esempio questo filmato:

laverabestia.org/play.php?vid=656 e come i volantini che metto in allegato, non sono firmati quindi sono utilizzabili da chiunque voglia migliorarli e/o utilizzarli o li ritenga utili per uno spunto.

Un abbraccio

 

La nostra risposta

La pubblicazione di una lettera "aperta", divulgata con una mail di cui non ci è possibile conoscere i destinatari, ci costringe a rispondere pubblicamente, cosa che ci saremmo volentieri risparmiata altrimenti, dato che i temi sollevati sono esaurientemente trattati sul sito www.veggiepride.it . Le risposte alle questioni sollevate si trovano infatti nelle f.a.q. del sito, che ci siamo presi la briga di scrivere proprio per evitare di essere continuamente trascinati in discussioni sterili ed inutili su questioni già assodate e risolte.

Per questo motivo la nostra risposta sarà concisa e non entrerà nel merito di nessuno dei punti sollevati dalla lettera.

Invitiamo chi fosse interessato al Veggie Pride tanto da scrivere una lettera aperta agli organizzatori, quantomeno a leggerne prima il materiale (cosa ad un tempo meno impegnativa e più fruttuosa!), di modo da non costringerci a risultare ripetitivi e sterilmente polemici.

Ci teniamo ad informare chiunque trovi inaccettabile lo spirito del corteo che la partecipazione ad esso è volontaria e non obbligatoria e che la sua esistenza non preclude la possibilità di organizzate altre manifestazioni (o festival) in spirito diverso o anche antitetico.

Il Veggie Pride non si propone come come unica possibile manifestazione di vegetariani/vegan nè come corteo rappresentativo della totalità del mondo animalista o anche solo vegetariano: nulla vieta che l'autrice della lettera ne possa organizzare uno più in linea con il suo modo di intendere l'animalismo.

Risposta di Agnese Pignataro

Gentile Marzia,

sono una delle persone che hanno lavorato alla nascita del Veggie Pride in Italia. Ho letto con grande attenzione la sua lettera aperta e colgo l'occasione per risponderle su alcuni punti che mi stanno particolarmente a cuore.

Lei esordisce dichiarandosi frustrata per la scarsità dei risultati raggiunti dal movimento animalista italiano e suggerisce che gli esiti deludenti di lunghi anni di lavoro animalista siano legati ad errori strategici e di comunicazione da parte degli animalisti stessi. Tra questi «errori», lei include il messaggio «restrittivo» del Veggie Pride, contrapponendovi un'impostazione più larga, una «propaganda-informazione ... a 360 gradi» sul vegetarismo, impostazione che a suo avviso riscuoterebbe maggior successo.

Solo restando sul piano puramente fattuale, non si può non notare che l'impostazione da lei auspicata non porta nulla di nuovo, ma anzi corrisponde perfettamente alle strategie adottate da tutto il movimento animalista-vegetariano italiano da decenni; basti citare la LAV e Agire Ora, le maggiori realtà dell'animalismo rispettivamente istituzionalizzato e non, che da sempre organizzano eventi e producono documenti in cui il vegetarismo è presentato sotto tutte le angolature possibili, per incoraggiare in ogni modo il proselitismo. Se come lei dice la situazione del movimento italiano è deludente, mi sembra più ragionevole attribuire la responsabilità alle scelte strategiche portate avanti per decenni, come questa, piuttosto che ad una manifestazione giovanissima come il Veggie Pride, il cui messaggio comincia appena a diffondersi in Italia e che di certo non può essere accusata di «restare fossilizzata» visto che quest'anno è solo alla quarta edizione.

Questa contraddizione evidente mi porta ad un secondo punto importante: negli ultimi anni ho visto diffondersi in Italia una brutta moda, quella di contestare le idee e le pratiche degli altri non sul piano della pertinenza dei contenuti ma su quello presunto dell'efficacia. Animalisti, antispecisti, vegetariani e quant'altro fanno a gara nel deprecare lo stallo, o lo scacco, della situazione italiana, e nel fornirne interpretazioni e spiegazioni ultime che dovrebbero spingere tutti (gli altri, beninteso) a voltare pagina e ad aderire alle loro opzioni e preferenze. A mio avviso, non è né politicamente intelligente né umanamente rispettoso addossare a coloro che non la pensano come noi la responsabilità di un fallimento che è e resta collettivo. L'eventuale critica delle scelte teoriche e politiche altrui deve limitarsi alla segnalazione di contraddizioni, controsensi ed errori tattici specifici di quelle scelte stesse, e non trasformarsi abusivamente nell'accusa di impedire il decollo dell'animalismo italiano tout court.

Bisogna scegliere, e qui arrivo al terzo punto, tra il restare fermi all'apparenza e l'andare al cuore delle cose. Detto nei termini pubblicitari che lei sembra prediligere: una cosa è riuscire a fare una vendita lì per lì, grazie ad uno slogan persuasivo e ad una confezione accattivante, e una cosa è invece fidelizzare la clientela grazie ad un prodotto veramente buono e ad una vera competenza professionale. Tornando all'argomento che ci interessa, una cosa è spaventare i passanti promettendo loro la morte per cancro qualora continuino a mangiar carne, e una cosa è presentare loro la questione del trattamento degli animali; forse la prima tattica diminuirà in modo impercettibile ed instabile «il numero dei cadaveri sui piatti», ma solo la seconda produrrà un effetto duraturo sulla coscienza dei cittadini, se non altro semplicemente nell'aver impiantato nella loro mente la fastidiosa consapevolezza che al cuore dell'alimentazione carnea c'è qualcosa di spaventoso e problematico.

Ma in realtà, ed eccomi alla conclusione, lo scopo del Veggie Pride non è la semplice propaganda. Il Veggie Pride non è un evento che mira a fare proseliti, ed è probabilmente questa la vera ragione della sua perplessità. La consapevolezza di cui parlavo sopra non è che un effetto secondario, perché il vero senso del Veggie Pride è semplicemente, fondamentalmente, dare la possibilità ai vegetariani di dire quello che pensano: di se stessi, della loro scelta, degli animali. Dopo decenni trascorsi a dire esclusivamente quello che ai nostri interlocutori carnivori piace sentirsi dire (o quello che immaginiamo piaccia loro sentire), è difficile ritrovare la nostra voce e pensare che abbia un senso esprimerla. È difficile anche perché la società carnivora e specista in cui viviamo ci ha abituati a considerare vergognose le emozioni che ci hanno portati a diventare vegetariani, spingendoci a tacerle. Ritrovare la dignità di quelle emozioni e dar loro voce è ciò che vogliamo, noi che abbiamo fatto nascere e crescere il Veggie Pride, e ciò che vogliono coloro che vi partecipano. Ci sono persone che non sentono questo bisogno e credono che il loro vissuto di vegetariani sia un fatto privato. Noi invece pensiamo che l'essere vegetariani sia un fatto assolutamente pubblico: che sia inteso come un atto di disobbedienza alla norma carnivora, o di obiezione di coscienza al massacro, o ancora come una manifestazione di empatia, o di solidarietà, si tratta in ogni caso di un gesto civico che vogliamo mettere in primo piano e rivendicare nello spazio collettivo.

Siamo convinti tra l'altro che questo nostro modo, schietto e rivendicativo, di vivere il vegetarismo creerà le premesse perché sempre più persone scelgano di compiere questo gesto. Difatti io credo che nella nostra società non ci siano solo quelli che sono e resteranno sempre sordi a questa voce che noi vogliamo esprimere, quelli che vi ribattono con un chiasso violento, ma anche tanti altri che tale voce ascolteranno e mediteranno in silenzio. Le voglio raccontare anch'io un aneddoto. Anni fa partecipai ad una conferenza filosofica con mio marito e durante il dibattito tentammo di introdurre nella discussione la questione del trattamento degli animali. La relatrice e buona parte del pubblico ci si rivoltarono contro in un modo molto aggressivo, imponendoci di tacere: ci sembrava di essere soli contro tutti e di aver parlato a vuoto. Ma alla fine, una donna seduta accanto a noi prima di andare via ci disse piano, sorridendo: «Grazie di aver parlato». Quanti altri, rimasti in silenzio, avevano pensato la stessa cosa? Non commettiamo l'errore di credere che nessuno ci ascolti, dando peso unicamente alle urla di chi è contro di noi e finendo per persuaderci che sia il nostro messaggio ad essere sbagliato. Siamo i soli giudici della giustezza del nostro messaggio. E noi del Veggie Pride siamo convinti che il nostro messaggio sia giusto e siamo convinti di volerlo esprimere.

Il movimento per gli animali sarà pure inefficace e in crisi cronica, ma lasciamolo almeno essere democratico. Se dopo aver letto questo messaggio e gli approfondimenti sul sito del Veggie Pride (che sono numerosi ed ovviamente la esorto a consultarli) continuerà ad essere perplessa, che la sua opinione non la porti a scavalcare il rispetto per l'opinione altrui: ci sono 365 giorni all'anno (a volte pure 366!) disponibili per gli animalisti, gli antispecisti, i vegetariani e quant'altro per esprimere le loro opinioni nel modo che preferiscono con materiali di loro scelta. Lasciamo che il 18 giugno sia il giorno del Veggie Pride: il giorno in cui la voce dei vegetariani porterà in piazza la voce degli animali, e niente più. Così poco? A me sembra già tanto.

Con i miei migliori auguri di buon proseguimento,

Agnese Pignataro

 

(9/05/2011)