Diffondere lo stile di vita vegan: una critica

Si può essere vegetariani e tergiversare sulle ricette. Sfuggire alle domande sui detersivi ecologici, temporeggiare sulle richieste curiose in merito alla coerenza dei nostri comportamenti. Non assecondare la curiosità fine a se stessa di chi vuole indagare nella nostra atipica quotidianità.
Si può essere vegetariani ed essere consapevoli che la lusinghiera attenzione verso la particolarità del nostro modo di vivere, e la credenza che essa avvicini alla questione animale, possano essere illusorie, fuorvianti.
È possibile essere vegetariani ed eludere il rischio che si parli di altro, smettere di discorrere di oggetti cruelty free e cominciare a parlare solo di cruelty.
Si può essere vegetariani e smettere di invitare a seguire la nostra scelta, e denunciare piuttosto il massacro degli animali, chiederne la fine.
Manifestare per l'orgoglio vegetariano è anche affermare con coraggio di voler portare al centro di un dibattito pubblico la questione animalista, non veicolata e camuffata dalla propaganda dello stile di vita vegan, che stempera la protesta rendendola più rassicurante e leggera perché limitata al comportamento personale.


Veganismo e stile di vita vegan


La lotta per la liberazione animale si presenta come un insieme di espressioni in cui alle tradizionali forme di protesta si affianca la mobilitazione per la diffusione dello stile di vita vegan tra gli individui. Con l'espressione «stile di vita vegan» non si intende – in questo scritto – la semplice tendenza a eliminare la carne, il pesce e i derivati animali dai propri consumi, che solitamente consegue naturalmente alla presa di coscienza animalista. Ci si riferisce piuttosto a una mentalità connotata dal ritenere che esista una potente capacità di impattare sul destino degli animali attraverso le singole scelte di consumo individuali, le quali diventano quindi rigorose e accurate. La selezione degli oggetti di consumo sembra non essere una semplice quanto ovvia esclusione delle parti dei corpi degli animali dalla propria spesa, ma è invece considerata in grado di realizzare la liberazione degli animali dallo sfruttamento, attraverso meccanismi di riduzione della domanda di prodotti da esso derivati. Il rigore con cui questa selezione viene effettuata dai vegani e il grado di coerenza nella scelta di consumo acquisiscono quindi un valore altissimo, diventando di conseguenza misura della forza morale dell'individuo, che, in base ai suoi acquisti, sembra essere direttamente responsabile del destino degli animali. Questo insieme di atteggiamenti si traduce frequentemente nella tendenza a controllare intimamente il proprio grado di coerenza e quello dei simili, e nella possibile comparsa di sensi di colpa (verso se stessi) e di biasimo (verso gli altri), laddove il grado di coerenza non sia giudicato sufficiente.
Scopo di questo scritto è di mettere in discussione l'approccio basato sulla diffusione dello stile di vita vegan così definito, innanzitutto criticando la prospettiva che consideri, in modo così enfatizzato, le singole scelte individuali come dei potenti fattori di mutamento sociale, ed esprimendo forte perplessità nel rigore e nella forza normativa ad esse associato, tanto da assumere il ruolo di misuratori della possibilità di realizzare la liberazione animale.
L'approccio dello stile di vita tende inoltre a generare un equivoco che si manifesta sia nell'orizzonte di valori all'interno del movimento animalista e dei suoi intenti, sia a livello di comunicazione e rivendicazione, perché sposta inesorabilmente il fuoco dell'obiettivo dalla liberazione animale a quello della persuasione individuale, come se il mutamento degli individui potesse fare da «supplente» al mutamento sociale, o comunque condizionarlo fortemente.
Infine, si intende esprimere l'urgenza di una rifocalizzazione dell'obiettivo animalista, riassegnando importanza alla dimensione collettiva, pubblica, secondo una concezione che non riconosce lo sfruttamento animale come risultato di una somma di singole scelte individuali, ma come un'istituzione sovraindividuale, da smantellare a livello pubblico, collettivo, senza trasferire il conflitto nella quotidianità delle scelte private.


Mutamento individuale e mutamento sociale diventano intercambiabili

Sulla Veganzetta del 9 giugno 2008 è riportato un interessante articolo1 in cui l'autore si chiede per quale motivo, se si cerca la parola «vegan» in un motore di ricerca di immagini, si trovano per prime foto di vegetali, libri di ricette, questioni inerenti alla dieta. Scrive l'autore:


«Ci si concentra su ciò che le persone vegane fanno e non sul perché lo fanno»


Effettivamente, nell'immaginario collettivo, pare che le motivazioni dei vegani abbiano perso di importanza, rispetto all'espressione pratica delle loro idee. Non i pensieri, le rivendicazioni dei vegani, quindi, ma i vegani stessi, sono al centro dell'attenzione. Gli animali, la loro condizione di sfruttati su cui dovrebbe vertere il conflitto tra vegani e non, appaiono più defilati, come se un obiettivo intento a riprendere due fazioni in lotta per la liberazione di qualcuno fosse spostato sul dettaglio di una delle due parti in causa, soffermandosi sui particolari, sui suoi tratti, sui suoi movimenti, senza inquadrare l'oggetto, il motivo di tanto movimento, che appare, con la tragica omissione della motivazione, strano, bizzarro, eccentrico, sicuramente una tendenza curiosa, interessante. Nel caso in questione, la motivazione animalista, invece di ricoprire il ruolo di protagonista, appare in secondo piano, appena accennata. Al centro dell'interesse c'è invece lo stile vegan, con la sua atipicità. L'attenzione è evidentemente sbilanciata dall'animale e dalle sue condizioni verso l'uomo e il suo essere diverso da un sistema precostituito.
Il motivo per cui l'espressione dell'identità vegan, rispetto alla rivendicazione animalista, risulta più interessante per i nonvegan, non è difficile da immaginare: i contenuti delle istanze antispeciste sono decisamente rivoluzionari, e la loro considerazione rischierebbe di mettere in discussione un'impostazione culturale tenacemente radicata.
Ciò che è realmente curioso - e che desta grandi perplessità - è invece l'inclinazione dei vegani stessi a parlare di stile di vita vegan, di dedicare molte energie al miglioramento della propria condotta di consumo e di assegnare a questo miglioramento un'importanza fondamentale. La modellazione delle scelte di consumo, e il potenziale cambiamento delle persone che ne risulta, diventa importantissima a livello di attivismo.


Se tutti facessero così…


Il motivo di tanta enfasi associata ai mutamenti individuali quali potenti fattori di cambiamento culturale è certamente da ricercarsi in una concezione del sistema sociale come «somma» di individui, in cui quindi le forze che determinano dei processi di mutamento sociale si attivano con il semplice accrescimento numerico degli attivisti e con il rigore di ogni singolo individuo. Una concezione di questo tipo non considera quindi che lo sfruttamento animale è in realtà un'istituzione, il cui perdurare nel tempo e nello spazio lo ha reso costitutivo dell'impianto culturale, una struttura nella quale, trascendendo gli individui e assumendo un carattere sovraindividuale, la relazione tra mutamento individuale e progetto di liberazione animale è debole oltre che mediata da innumerevoli fattori.
La conflittualità, che dovrebbe avere come obiettivo la conquista della liberazione degli animali, pare quasi riformulata nella conquista del veganismo tra le persone.
Di conseguenza, la liberazione animale e il mutamento individuale paiono diventare obiettivi equivalenti, quasi intercambiabili.


Un'arena di lotta privata


L'arena di lotta per la diffusione dello stile di vita vegan è quella quotidiana, singolare, privata, e la dimensione collettiva di questa forma di protesta si configura soprattutto nella somma e nel coordinamento di queste azioni individuali. Talvolta, chi non manifesta sufficiente coerenza, riceve un'esplicita disapprovazione dai vegan, ma un atteggiamento «sanzionatorio» di questi ultimi emerge soprattutto attraverso l'esempio che essi riportano quotidianamente, ad esempio mostrandosi rigidamente attenti a ogni singolo particolare della condotta di consumo. Questo innesca spesso un implicito giudizio nei confronti dell'interlocutore, che si trova in imbarazzo nell'aver comprato una bottiglietta di plastica o nell'essere ancora solamente vegetariano. La tensione creata da questo tipo di atteggiamenti si nota infatti soprattutto tra vegetariani e vegani, poiché spesso il consumo di latte e uova è considerato una grave mancanza. L'eliminazione di carne e pesce, anziché suscitare approvazione, scatena frequentemente ostilità a causa della non completa astensione dai prodotti derivati. L'attenzione al dettaglio è evidente: il particolare, il livello raggiunto da un individuo nel suo percorso è fondamentale, come se incidesse sul conteggio reale delle uccisioni animali, di cui si diventa immediatamente responsabili. In effetti è un atteggiamento comune quello di fare puntuale distinzione tra vegani e vegetariani, come se l'esclusione o meno dei prodotti derivati fosse equiparata a un chi tace acconsente, che renderebbe i vegetariani persone non completamente desiderose della liberazione animale, e quindi rappresentanti, attraverso le loro pratiche di consumo, dell'oppressione degli animali stessi.
Non è detto che la mancata esclusione degli alimenti derivati coincida con un disinteresse nei confronti delle sorti degli animali. Piuttosto potrebbe essere riconducibile a fattori sociali o psicologici come la tendenza al conformismo, il desiderio di socialità, la paura di stravolgere le proprie abitudini in maniera radicale, l'opposizione dei medici. Ma questa seconda ipotesi spesso non viene tenuta in cosiderazione dai vegan. Spesso capita anche di assistere ai sensi di colpa di alcuni vegetariani che hanno ingerito involontariamente del cibo contenente parti animali, oppure può succedere di imbattersi in situazioni in cui alcuni vegan biasimano altri vegan che non dimostrano un certo grado di coerenza, magari non evitando minuscole parti di animali contenute nel cibo sotto forma di conservanti, nascoste tra gli ingredienti scritti sulle etichette, oppure bevendo un succo di frutta esotico del supermercato, non appartenente quindi alla filiera equosolidale.


Nuovi avversari, fraintendimenti strategici


L'attenzione dello stile di vita vegan si rivolge quindi moltissimo ai prodotti presenti sul mercato. Utilizzare merendine confezionate nella plastica, frequentare un supermercato piuttosto che una bottega biologica, conoscere e informarsi sulla natura degli additivi alimentari, ha un'importanza rilevante, in grado di incidere potentemente sul destino degli animali.
Il centro da colpire non è più l'istituzione della manipolazione dei corpi animali, ma il consumo «irresponsabile»; l'interlocutore di questa battaglia è il consumatore. La conflittualità che le istanze animaliste esprimono dovrebbero rivolgersi a un avversario ben definito, che si incarni essenzialmente nell'istituzione dell'oppressione animale. È evidente invece come, secondo la prospettiva in discussione, i movimenti che sollevano la questione animale sembrino aver perso di vista il tradizionale antagonista.
Ecco che l'animalismo si trova imprigionato dentro la logica della società dei consumi. Alla rivendicazione della liberazione degli animali, si affianca – in modo prepotente – la richiesta, al consumatore, di diventare vegan. La denuncia animalista, veicolata dall'impegno per la diffusione dello stile di vita, rimane parzialmente offuscata e assimilata al già noto, ovvero ai fenomeni di moda o di consumo responsabile, preesistenti alle istanze animaliste.
Identificando quindi l'adozione dello stile di vita vegan con la liberazione degli animali, il dialogo tra animalisti e non ne risulta confuso. Mentre il vegan scorge una potente e diretta relazione tra un conservante nascosto nella brioche e lo sterminio degli animali, il non vegan nota nient'altro che un gesto rituale senza nessun influenza a livello politico. Il rigore nella cura dei dettagli, che i vegan spesso ostentano, viene recepito come insieme di azioni totalmente fini a se stesse, che non hanno un peso significativo sul cambiamento delle condizioni animali.
Strategicamente, sarebbe forse più vantaggioso evitare che le persone non vegan si concentrino troppo su ciò che facciamo, ridimensionando l'importanza dei piccoli gesti quotidiani e l'importanza del rigore, e ribadendo invece le nostre motivazioni.


Difendersi con la coerenza o dalla coerenza?


Frequenti sono le dinamiche in cui i vegan colpiscono l'attenzione dei non vegan perché rifiutano del cibo contenente minuscole quantità di componenti animali, piuttosto che per le istanze antispeciste che propongono2.
Del resto, sono numerose anche le credenze, da parte dei vegan, che la coerenza sia importante perché se i vegan animalisti non sono coerenti nel proprio stile di vita, preoccupandosi quindi di escludere efficacemente ogni traccia animale dai prodotti che usano, il loro messaggio potrebbe essere attaccabile e quindi non essere preso sul serio.
La serie di critiche a cui i vegan sono frequentemente sottoposti circa la loro presunta incoerenza3 ha spesso come conseguenza che essi sviluppano un atteggiamento volto a correggere continuamente il proprio comportamento migliorando la propria coerenza e investendo molte energie sull'informazione dettagliata dei componenti animali nei prodotti di consumo.
Purtroppo, però, non è la ricerca di una maggiore coerenza o la capacità di rispondere per le rime ai provocatori che farà cessare le critiche aventi come oggetto la coerenza dei vegani. Nel caso in cui i provocatori non riescano più a cogliere in fallo la rettitudine vegan, è molto probabile che i giudizi si scaglino, all'opposto, contro l'eccessiva solerzia nel concentrarsi sui dettagli, fino all'accusa di essere maniacali.
Vivere in una società strutturalmente e profondamente specista rende impossibile perseguire una condotta completamente esranea alla sofferenza animale, ed è per questo che il repertorio di critiche circa la presunta incoerenza dei vegani potrebbe essere vastissimo4.
Assecondare le critiche di incoerenza espone quindi al rischio di essere coinvolti in una spirale senza fine in cui alle assortite critiche di incoerenza, seguiranno esasperanti tentativi di correggere e riabilitare la completa eticità dello stile di vita vegan. Il risultato è che, ancora una volta, ci si riduce a parlare di scarpe e additivi alimentari, non di animali.
Per spezzare questo circolo vizioso, sarebbe forse utile provare a sottrarsi alla provocazione, semplicemente non assecondando la falsa necessità di chi vuole cogliere i vegan incoerenti, manifestando un'esplicita indifferenza alla correzione di eventuali imperfezioni nella vita concreta, a favore dei tentativi di impostare un dibattitto in cui, consapevoli dell'incoerenza di tutti, si cerchi di parlare di animali e delle loro gabbie, della condizione di privazione in cui sono coinvolti, impendendo che queste tematiche prendano una deriva superficiale, sostituite dal discorrere sui consumi individuali più o meno perfetti.


Rifocalizzare il problema


Spesso, quando si propone una critica all'approccio «stile di vita vegan» all'interno del movimento per la liberazione animale, ciò che ci si sente rispondere è che non si capisce dove si troverebbe il limite tra l'essere vegan o il non esserlo.
Innazitutto, il fatto stesso di preoccuparsi di un limite, e di non oltrepassarlo, presuppone che ci debba essere un collegamento tra la precisione del grado di coerenza e il destino degli animali, come se l'essere dentro o fuori questo limite possa effettivamente fare la differenza, per loro. Il concetto di limite dovrebbe invece rientrare nella sfera del privato, dove ogni persona che sceglie di non nutrirsi di animali e prodotti derivati dal loro sfruttamento, sia libera di fare il proprio percorso, senza che questo vada a sostituirsi ad un attivismo che chieda in modo esplicito la liberazione degli animali dal sistema di sfruttamento.
Nella sua condivisibile critica, anche l'articolo della Veganzetta pare ancora condizionato dagli elementi che potrebbero essere la causa delle criticità che esso solleva.
L'autore infatti spiega:


«È pertanto importante ribadire sempre che il fondamento della pratica vegana è di natura etica, ovvero il riconoscimento della pari dignità di Umani e altri Animali e la ricerca di modi di vita rispettosi delle prerogative (vita, libertà, qualità dell'esistenza,…) di ogni Animale.»


Alla luce delle critiche esposte, un approccio basato sulla ricerca di «modi di vita» suscita parecchie perplessità, soprattutto in relazione ai fraintendimenti che genera. La ricerca di modi di vita rispettosi si concentra ancora una volta su di noi, sulla nostra vita quotidiana e sulla richiesta che anche altri seguano il nostro esempio, il nostro stile. È evidente quanto, nello stralcio riportato, l'approccio dello stile di vita eserciti un condizionamento ancora molto forte: pur sensibile ai pericoli a cui esso espone, lascia scorgere la resistenza ad accettare che sia proprio la prospettiva che enfatizza il modus vivendi, ad avere un ruolo significativo nel verificarsi dei pericoli stessi.


Obiezioni comuni


È possibile che la critica all'approccio basato sullo stile di vita vegan venga confusa con una critica al veganismo in sé. In realtà non si vuole contestare l'astensione dalla carne e dai derivati animali, e non si vuole affatto affermare che la scelta di essere vegetariani e vegani non sia importante. Diventare vegetariani e vegani è una scelta logica, per chi ritiene che gli animali non debbano in alcun modo essere sfruttati, strumentalizzati, violentati, uccisi. Smettere di mangiare i prodotti che hanno a che fare con il loro sfruttamento è un'azione che rappresenta un gesto di forte opposizione a un sistema che nega loro i diritti fondamentali, la vita, la libertà, la capacità di sentire, di essere soggetti intelligenti e sociali. Ma nell'attivismo animalista la propaganda dello stile di vita vegan sta ormai occupando uno spazio troppo vasto, che invece dovrebbe essere impiegato dagli sforzi per mantenere alta l'attenzione sugli animali, sulle loro condizioni e sulla necessità che i luoghi in cui vengono sfruttati e uccisi siano chiusi. È forse il momento di parlare come cittadini, e non più come consumatori. Del resto, numerose iniziative, tradizionalmente attive tra i militanti, incluse le semplici manifestazioni di piazza, sono già caratterizzate fortemente da una dimensione politica della rivendicazione. È evidente soprattutto la portata pubblica di tali forme di espressioni, in cui sono le istanze animaliste a fare da protagoniste, dove sono i cittadini, le istituzioni, a essere interrogate direttamente sugli animali, che restano i principali soggetti alleati. L'auspicio è che gli animali tornino ad essere protagonisti assoluti della rivendicazione animalista e che al posto della richiesta gentile di diventare vegan si rafforzi l' esplicita e coraggiosa richiesta che lo sfruttamento abbia fine.

Note


1. Andrea Furlan, «Verdure o sangue», Veganzetta, 9 giugno 2008.
2. Durante una discussione con alcune persone non vegan, ricevetti la critica secondo cui i i vegani sono incoerenti perchè bevono birra chiarificata con componenti animali. Spiegai che non so nemmeno quale sia la birra vegan, ma che mi interessava relativamente, dal momento che, nella prospettiva di un mutamento sociale che legittimi le istanze di liberazione animale, il fatto che io perda il mio tempo a chiamare le industrie per informarmi se la birra da essi prodotta contenga effettivamente delle piccole componenti di origine animale ha un impatto politico prossimo allo zero. A questo commento inaspettato, le persone con cui parlavo compresero il mio disinteresse verso la pratica vegan come rettitudine comportamentale (e quindi indifferenza a giudicare i miei interlocutori da un punto di vista morale), e i discorsi proseguirono sul rapporto tra animali e società, anziché sulla regola vegana.
3. Tra i commenti più frequenti sono compresi giudizi del tipo: «Voi manifestate contro le pellicce ma utilizzate scarpe in pelle», oppure: «Non mangiate gli animali ma utilizzate prodotti che vengono lavorati con sostanze di origine animale, come lo zucchero bianco»
4. Infatti, tra le critiche più disarmanti cui i vegan sono sottoposti, si possono trovare anche commenti del tipo: «Non mangiate la carne però uccidete gli acari quando lavate il tappeto», oppure, «Per mangiare le verdure avete dovuto toglierle agli insetti» e via dicendo.

Antonella Corabi