Per chi ritiene che il Veggie Pride sia troppo triste

Le due riflessioni seguenti sono tratte dal forum del Veggie Pride francese: Coralie Fambrini e Sara Fergé, entrambe organizzatrici, rispondono al messaggio di una militante che auspica un'impostazione «più allegra»...

Le seguenti riflessione sono state invece scritte da due organizzatori del Veggie Pride italiano, Leonardo Caffo e Antonella Corabi, in occasione delle critiche di alcuni militanti italiani che desiderano un'impostazione più "simpatica" e "felice"...

 


 

Rispettare la diversità dei partecipanti


Tutti gli anni ci viene detto che il Veggie Pride è un evento troppo triste e che bisognerebbe trasformarlo in qualcosa di festoso, al fine di attirare un numero maggiore di persone. Ma lo scopo del Veggie Pride non è assolutamente attirare più persone possibile ogni anno, o dar voglia alla gente di partecipare a questa manifestazione. Il suo scopo è di trasmettere un messaggio chiaro alla società: si può vivere senza uccidere, noi non mangiamo carne né pesce per non uccidere animali, noi denunciamo il massacro di animali, noi vogliamo mostrare la nostra esistenza per provare che è possibile vivere senza mangiare la loro carne.
Ovviamente, se un numero maggiore di vegetariani si unirà a noi l'anno prossimo non potremo che rallegrarcene; ma occorre che vengano a questa manifestazione perché aderiscono al manifesto e vogliono mostrarlo, non per festeggiare e veder gente... altrimenti, che senso avrebbe?
Ci è stato detto, ad esempio, che «i vegetariani non sono esseri tristi, amareggiati, che pensano solo a rompere le scatole agli 'onnivori' con le loro verità, ma portano in sé anche la convivialità, la vita, la gioia, sanno ridere, divertirsi».
Personalmente, non credo che si possa generalizzare in questo modo! I vegetariani possono essere persone molto diverse. Alcune/i sono felici di vivere, altre/i sono depresse/i; alcune/i adorano cucinare e mangiare, ed altre/i se ne fregano; alcune/i fanno sport, altre/i vi sono allergici; alcune/i sorridono facilmente, altre/i no; ce ne sono di misantropi e di compagnoni... Non mi va che il Veggie Pride trasmetta messaggi falsi, ma al contrario, che le persone che rifiutano di mangiare gli animali possano esprimersi nella loro diversità! Ci sono vecchi, giovani, persone riservate, altre che ridono, alcune che piangono...
Ci è stato anche detto che slogan come «gli animali mi adorano», «sono un eroe, chiedetemi perché» o ancora «fate l'amore, non gli hamburger», sarebbero positivi per il Veggie Pride.
Alcune persone adorano la compagnia di animali non umani, ma altre non hanno questo «feeling»: ciò non impedisce loro di non mangiarli. La questione di «amare gli animali» non è il tema del Veggie Pride. Quanto al fatto di presentarsi come un eroe, sia pure in modo autoironico, potrebbe apparire pretenzioso: non è perché siamo fieri di rifiutare di partecipare al massacro di animali che ci prendiamo per degli eroi.
L'ingiunzione «fate l'amore», poi, è doppiamente problematica. Non solo non ha alcun rapporto con la scelta di mangiare o no gli animali, ma in più va contro la libera scelta di ciascuno: ci sono per esempio persone che scelgono l'astinenza, con quale diritto potremmo dir loro cosa fare del loro corpo? Qualunque sia la nostra opinione in merito, è chiaro che il Veggie Pride non è fatto per trasmettere slogan di questo tipo.
Ci è stato anche proposto di «chiedere ai partecipanti di venire con maschere e costumi divertenti o originali e soprattutto di sorridere».
Non sono per niente d'accordo sul chiedere alla gente di comportarsi in un questo o quest'altro modo. Ci manca solo che le persone siano obbligate ad esibire un sorriso finto... Trovo giusto che alcune/i sorridano, che altre/i piangano, insomma che ognuno sia naturale, spontaneo! Quanto a maschere e costumi, nello staff del Veggie Pride nessuno è contro: chi ha voglia di venire mascherato lo può fare di sua iniziativa, non per imposizione.
Ci è stato poi detto di «smettere di aggredire i clienti di fast-food, kebab, macellerie, etc., attraverso i nostri slogan e i nostri atteggiamenti».
Sono abbastanza d'accordo, non è molto costruttivo mettersi lì davanti e gridare o fischiare; ma bisogna dire che questo non è stabilito nel programma del corteo, sono alcune/i manifestanti che lo fanno spontaneamente. Come organizzatori, non abbiamo mai incoraggiato grida e fischi.
Un ultimo slogan è rappresentativo di cosa il Veggie Pride non è: «chi ci ama ci segua».
Non c'è un gran rapporto con il manifesto del Veggie Pride; non chiediamo alla gente di amarci, o di amare gli animali, ma solo di prendere atto che possiamo vivere senza mangiarli e che ne denunciamo il massacro.
È un messaggio molto semplice ma difficile da far accettare alla nostra società. Per questo abbiamo più che mai bisogno di valorizzarlo nel Veggie Pride, piuttosto che di cercare di mitigarlo o camuffarlo.

Coralie Fambrini


Un giorno diverso dagli altri


Lo scopo del Veggie Pride è permettere ai vegetariani di affermarsi, di affermare la legittimità della loro scelta, di essere più forti di fronte agli attacchi o alle prese in giro che subiscono continuamente. Non possiamo raggiungere questo obiettivo nascondendo quello che proviamo.
Se alcune/i provano gioia nell'essere vegetariane/i, tanto meglio! Nessuno impedirà loro di manifestare questa gioia al Veggie Pride, di portare maschere e costumi, di sorridere ai passanti. Personalmente, provo della sofferenza, perché sono cosciente di così tanti orrori contro i quali non posso fare nulla, sento un tale disagio nel subire certe conversazioni, i pranzi pieni di carne, i commenti della mia famiglia, dei miei amici o dei miei colleghi non vegetariani, anche quando non sono malevoli, e mi sono talmente abituata ad incassare tutto per non provocare litigi ricorrenti che sono davvero felice di avere la possibilità, un giorno all'anno, in compagnia di persone che hanno fatto la mia stessa scelta, di esprimere pubblicamente la mia collera e di spiegare il mio rifiuto di quella sofferenza. E non andrei ad una manifestazione che mi obbligasse a fare quello che faccio tutto l'anno: tacere per non far scappare la gente.
Tutto l'anno faccio dei gran sorrisi, spiego la mia scelta con gentilezza, stupisco con la mia cucina vegan, e questo ha cambiato poco o niente nell'alimentazione delle persone che frequento. Un giorno all'anno, in una manifestazione che facciamo per noi, ma anche per gli animali, per denunciare gli orrori che subiscono, non ho voglia di fare la stessa cosa. Non ho voglia di attenuare l'orrore con un discorso consensuale ed ipocrita. Se le/gli altre/i vogliono esprimere la loro gioia di essere vegetariani, lo facciano, questo non mi riguarda. Ma che non vengano ad impormi di lasciar trasparire certi sentimenti piuttosto che altri.
Ci viene ripetuto da anni che il Veggie Pride è troppo triste, che non possiamo attirare più manifestanti o guadagnare la simpatia del pubblico con un evento che non è allegro. Ma lo scopo del Veggie Pride non è attirare gente ad ogni costo, ma semplicemente di permettere ai vegetariani di affermare la loro scelta nella vita quotidiana. Questo obiettivo non sarà raggiunto facendoli partecipare ad un evento in cui adottano un atteggiamento che non hanno scelto. Se si arriverà un giorno a radunare diecimila persone sotto la bandiera del Veggie Pride, sarà formidabile. Ma l'evento perderebbe senso se il corteo non fosse più composto di manifestanti schietti e sinceri in primo luogo con se stessi.

Sara Fergé

 

Una breve considerazione sulla presunta “tristezza”del VeggiePride

 

Più volte, nel corso delle quattro edizioni italiane del VeggiePride, abbiamo assistito a critiche  più o meno articolate rivolte all’atteggiamento generale del corteo, e dunque a quello dei singoli manifestanti. Sono convinto che molte di queste critiche, e le conseguenti discussioni, siano scaturite dall’impeto di una volontà aprioristica di criticare e, tranne rarissime eccezioni, si costituiscano come credenze ponderate.

Una breve, e non polemica, considerazione in tal senso:

Dovremmo cercare di mantenere un certo “decoro” e di comprendere che siamo in corteo – durante il VeggiePride, intendo -  per prestare agli animali gli occhi per piangere e non per veder sfilare un egocentrismo esagerato manifestatosi in travestimenti, musiche non pertinenti, ragazze in perizoma, ecc. cosa che denota, con tutto il rispetto,  solo una disinformazione molto triste riguardo l’antispecismo come movimento per una liberazione totale da un dispositivo di oppressione. Certo, ma perché ogni corteo dovrebbe essere antispecista? Forse non è necessario, forse il VeggiePride nasce con una diversa impostazione culturale? Tutto giusto, e non obietto, ma credo comunque che almeno la postura antispecista andrebbe compresa e, almeno in parte, andrebbe trasposta – magari con umile timidezza – entro i principi generali del corteo.

L'antispecismo, come autentico progetto di liberazione, può avvenire solo se tutti diventiamo consapevoli che finché siamo tra noi, scherzare – ridere - cantare, è “ok”, ma se manifestiamo per gli animali, cioè al loro posto, è il dolore che dobbiamo esprimere. Vogliamo che il VeggiePride sia una manifestazione per liberare gli animali o per affermare il nostro orgoglio di non mangiare qualcosa? Auspicando un’ovvia risposta, mi permetto di dire che musiche da circo e gente travestita in modo non pertinente non aiuteranno, in nessun modo, la liberazione animale.

Lo dico con affetto, lo dico da partecipante e da organizzatore, lo dico da antispecista e da portatore delle urla delle vite offese: io, se davvero le varie “parade” americane o affini, diventano il nuovo obiettivo dei manifestanti italiani, non riuscirò più a  partecipare al corteo.  Un carnevale che denuncia l'orgoglio di essere mangiatori di qualcosa, o non mangiatore di altro, non ha alcuna importanza se è gli animali che volete liberare: dobbiamo essere coloro che fanno emergere la sofferenza animale e la nuda condizione dell'animalità violata nel suo intimo.

Abbiamo un anno per riflettere, il corteo del 2011 è passato da poco ed ho già sentito alcune critiche che remano in direzione contraria rispetto a quanto ho scritto qui. Riflettiamo ad un modo intelligente di essere animalisti – senza che nessuno critichi per un ristorante sbagliato, per l’apertura ai vegetariani o per altre trascurabili contingenze. In corteo siamo stati, siamo, e saremo una cosa sola, un’unica entità politica che si muove per eliminare le gabbie e le catene attraverso cui imprigioniamo gli animali umani e non umani;

non voglio più vedere dei video, presentati come belli e da imitare, in cui si vede solo della gente che vuole manifestare per apparire: noi siamo i portatori di diritti degli altri, non del nostro narcisismo. Io, e molti altri amici insieme a me, durante il corteo abbiamo sofferto, ed è solo riempiendo il nostro cuore delle urla, del sudore, del sangue e della disperazione  degli animali che dobbiamo continuare a lottare.

Possiamo davvero cambiare questo mondo, possiamo davvero salvare gli animali. Dopo, il tempo per ridere e cantare, vi assicurò, non mancherà di certo.

Leonardo Caffo



Tristezza e frivolezza

un breve testo a prova di attivisti vegan che non leggono i comunicati

 

Alla fine della quarta edizione del Veggie Pride non cessano le lamentele di chi lo vorrebbe più allegro e felice e di chi lo vorrebbe più arrabbiato e radicale. C'è chi desidera gli attivisti travestiti da ortaggi, magari bricconcelli e sexy, e chi vorrebbe un manipolo di noglobal vestiti di nero a gridare vendetta contro la razza umana.

Noi crediamo che queste critiche, apparentemente opposte, siano originate dal medesimo bisogno: la voglia di mostrarsi a ogni costo diversi dagli altri. Tuttavia il Veggie Pride non è nato per dimostrare che noi siamo diversi dagli altri, più allegri o più arrabbiati: noi siamo persone normali, intendendo che ognuno di noi ha la propria specificità e il proprio carattere. Non stiamo scendendo in piazza per mostrare l'orgoglio di essere alternativi, non stiamo scendendo in piazza per mostrare l'orgoglio di avere uno stile di vita alternativo.

Questo semmai è quello che il mondo ha sempre voluto da noi: descriverci come eccentrici - antisociali hard o soft -in modo da non prendere sul serio quello che noi diciamo in nome degli animali, ma al contrario, per considerarlo il delirio di qualche spostato.

Se si pensava che il Pride consistesse nella fierezza di mostrarsi degli eletti, puri, splendidi vegan senza macchia, buoni e naturali, totalmente privi di sostanze animali in corpo - zelanti nell'evitare ogni grammo di ingrediente animale - e totalmente privi di negatività nell'anima, allora ci si è sbagliati. Il Veggie Pride non è la manifestazione dell'orgoglio di sentirsi dei moderni San Francesco d'Assisi, tutti assorti nella contemplazione estatica della natura. Quello che accade agli animali è terribile, e non ci si vuole vergognare di provare rabbia e disperazione, e di esprimere pubblicamente questi sentimenti.

Ma se si pensava che il Veggie Pride fosse, al contrario, una manifestazione  necessariamente anticivile e antiumana, ci si si è sbagliati ancora: questa inizitiva non è la narcisistica ostentazione della proprio presunto radicalismo, che non ammette molteplici punti di vista e che fa provare schifo all'idea di manifestare con chi è poco preparato politicamente.

Noi non vogliamo affermare la nostra fierezza confermando questi due stereotipi.

Noi vogliamo affermare la nostra fierezza di essere cittadini con le proprie peculiarità individuali, senza dover necessariamente assecondare i cliché che ci etichettano come stravaganti figli dei fiori o estremisti facinorosi.

Così come noi non siamo necessariamente né stravaganti né estremisti, così la nostra denuncia non è né bizzarra né esagerata: è giusta, perché l'uccisione e la schiavitù degli animali mangiati è il più grave massacro di tutti i tempi.

Antonella Còrabi